
Personalmente sono uno "che se le cerca".
Uso volontariamente quest'espressione recentissima, pronunciata da una nostra vecchia (nel senso pieno ed esaustivo del termine) conoscenza romana, per definire il sacrificio di un servitore dello Stato.
Ma ormai in un calendario laico pieno di eroi mafiosi, di perseguitati piduisti, di martiri corruttori, un posto, un giorno lo si troverà anche per il Giulio romano.
Io, come anticipavo nell'incipit, cerco notizie, le commento e le restituisco al mondo che me le fornisce per riceverle arricchite dai commenti di chi mi gratifica leggendomi.
E' innegabile dunque che "chi cerca" se le "cerchi".
Tra le notizie degli ultimi giorni mi sono imbattuto in una nota d'agenzia che riportava la notizia del controllo della polizia inglese effettuato su Mario Balotelli, fermato alla guida di un'autovettura e trovato dagli agenti con qualche migliaio di euro in contanti.
Tralascio la risposta spocchiosa del ragazzino ("sono ricco e me lo posso permettere") avrà modo e tempo di trovare da se ridicole queste affermazioni. Mi concentro invece sull'episodio in sé che mi appare curioso e segna i tempi: il dover giustificare il possesso del denaro che si tiene in tasca.
Curioso perché agli albori dell'unità d'Italia erano gli inglesi a rimproverarci e ad additarci alla pubblica opinione del tempo quale regime poliziesco.
Il conte di Cavour durante una riunione nel circolo dei nobili di Torino su vantò del rispetto dei principi liberali che distingueva la polizia nel Piemonte sabaudo al punto da non esser, per rispetto della libertà individuale, inferiore a quella inglese.
Racconta una cronaca del tempo che tra gli invitati vi fosse un giovane cronista inglese che rivolgendosi al conte di Cavour gli disse: “Signor capo del governo, per tagliar corto alle discussioni accademiche facciamo una scommessa: prima di notte senza violare alcuna legge sarò imprigionato.”
Conoscendo il gusto per la scommessa degli inglesi e non volendo esser scortese, Cavour accettò, quasi per “onor di firma”.
La cronaca così prosegue: “Il giovane inglese, uscito di là, si truccò mirabilmente da cialtrone, indi, a sera inoltrata, si ridusse in una bettola di Piazza Italia dove bazzicava la gente di malaffare. Bevette vistosamente, poi, quando gli parve esser abbastanza brillo, estrasse per pagare un involto contenente alcuni biglietti da mille. Tanto bastò! Venne adocchiato, denunziato, ghermito. Quando fu in carcere, mandò al suo contraddittore due righe di lettera: Signor conte sono in prigione senza aver fatto niente, venga a liberarmi.”
Gli inglesi vittoriani si stupivano allora della possibilità che, nell’Italia liberale, si potesse esser arrestati senza alcun motivo.
E si stupiscono ancora oggi per il fatto che nel nostro paese, dopo un secolo e mezzo, non si possano rivolgere domande al Basso Sultano per indagare l'origine delle sue fortune economiche.
Ma quello era il XIX secolo, altri tempi, tempi bui, diversi dai nostri ossigenati dagli zefiri della democrazia e della giustizia e dell’uguaglianza di tutti i cittadini dinanzi alla legge.
Giuseppe D'Urso, insegnante molto precario, da Catania